| Il bianco e nero di Robert Mapplethorpe |
| Scritto da manettematte |
| Giovedì 20 Ottobre 2005 16:24 |
![]() Marco Saroldi fotografa la mostra “scandalo” alla Promotrice di Belle Arti. E scrive l’articolo sull’evento. In esclusiva per Extratorino. All’ingresso del Parco del Valentino, proprio di fronte al Castello sede della facoltà di Architettura di Torino, da una decina di giorni una bella schiena alta più di 6 metri fa mostra di sè. Dai muscoli dorsali un braccio sale verso l’alto, si piega ad angolo acuto sopra la testa, e scende ad agganciarsi all’altro avambraccio che tira dal basso. Il solco della spina dorsale si curva leggermente e tutti i muscoli esprimono lo sforzo e la tensione. E’ la foto della schiena di un afroamericano, ed è il biglietto da visita della mostra antologica allestita alla Promotrice delle Belle Arti sulle fotografie di Robert Mapplethorpe, nato nel 1946 e morto nel 1989, americano, di pelle bianca, omosessuale. “Omosessuale” come connotazione identificativa del personaggio, perché gran parte delle sue fotografie è dedicata alla bellezza dei corpi scultorei dei suoi compagni, fatto che, al momento dell’inaugurazione della mostra, ha creato qualche problema di “moralità”. All’interno della mostra circa 300 immagini raccontano il suo percorso artistico, dagli invidiabili corpi degli amici neri alle pose di una famosa culturista bianca, dai ritratti a notissimi personaggi dell’arte e dello spettacolo alle pose sensuali di tulipani, calle e orchidee. Poi ci sono filmati, interviste, spezzoni di film, sculture di Canova e Rodin, opere di Warhol e Michelangelo, il tutto a integrare un certo tipo di visione del corpo e dell’essere maschile, che per Mapplethorpe ha avuto un’importanza basilare. E ci si perde con piacere nelle ampie sale della Promotrice, nel rigore del bianco e nero delle immagini, richiamato persino dal grigio uniforme delle pareti, dal marmo delle sculture, dalla moquette quasi nera. Ci si perde a guardare i suoi ritratti, a immaginare come poteva essere posare per lui, sentirsi quasi esaltati dal suo sguardo e dal suo rispetto. Quel che resta alla fine della mostra è un senso di pulizia che è esattamente l’opposto della ‘sporcizia’ di cui viene da alcuni accusato. I suoi personaggi si ergono statuari, fieri, sensuali e mai ammiccanti, le sue fotografie non hanno alcun riferimento alla volgarità né alla perversione. Lo sguardo in macchina ha spesso qualcosa di eroico e di interiore che avvicina i soggetti ritratti più a qualcosa di sacro che di profano. E persino quando fotografa un pene in erezione o una coppia di omosessuali agghindati sadomaso, o una nuca di maschio affondata tra due gambe di donna, lo fa con quel rigore formale e quella punta di ironia che non lasciano spazio alle bavette dei guardoni. Mapplethorpe è insomma un artista puro, nel senso classico del termine. Nelle sue immagini non troviamo strumentalizzazione, non ci sono effetti ricercati che mirino altrove. Lui fotografa quello che ama e lo rende vivo. Gioca con la morbidezza della luce, le armonie e le simmetrie delle forme, la pulizia delle stampe. Semplicemente cerca, e riesce, a rappresentare e comunicare la sua visione del bello, tenendosi ben lontano da pretestuosi discorsi concettuali cui fa invece troppo spesso riferimento l’arte dei nostri giorni. E per renderci conto di come si sia trasformato il concetto di arte oggi, basti leggere il paradossale pensiero scritto su un giornale cittadino proprio a proposito della mostra in questione: “…non bisogna lasciarsi trarre in inganno - dice un rinomato critico d’arte - dalla piacevolezza estetica di tante immagini che paiono scattate da un bravo fotoreporter. Mapplethorpe è un artista”. Poveramente tradotto credo significhi: Nonostante Mapplethorpe faccia delle belle fotografie, lui è un artista. Resto senza parole, e vado a prendermi una boccata d’ossigeno sul sito dell’artista, . Buona visione. Marco Saroldi Vedere anche: Speciale fotografia di Maco Saroldi per il Sito Ufficiale di Robert Mapplethorpe
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