| I caffè di Clelia |
| Scritto da Fraise |
| Giovedì 22 Luglio 2010 20:25 |
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Clelia cammina tra a piccola folla che anima la passeggiata serale sul Naviglio. Fa caldo ed indossa solo un vestito leggero che le accarezza delicatamente il corpo completamente nudo. Quello strano collega di lavoro approdato in azienda qualche mese prima: ben vestito, schivo, metodico. Non brutto, non bello, non aveva suscitato né in Clelia, né nelle colleghe particolare interesse. Col senno di poi , la donna avrebbe riconosciuto che quella era esattamente l’impressione che lui voleva dare, per poter osservare, inosservato, e scegliere. Al momento, tuttavia, gli prestò ben poca attenzione sebbene egli lavorasse alla scrivania attigua: si scambiavano giusto qualche parola in merito a qualche pratica o a qualche cliente. Lunedì nuovamente a lavoro un po’ più riposata e tranquilla ma, alle dieci e trenta precise, quando quella voce le disse nuovamente “Andiamo a prendere un caffè”, ritornò tutto di colpo, come se la realtà dei fatti del venerdì precedente si fosse concretizzata ed avesse assunto un peso fisico. Clelia fu presa dall’ansia ed il suo cuore accelerò, mentre alzava la testa in tempo per vedere l’uomo scostarsi in modo da farle spazio perché lo precedesse. Lei non disse nulla: senza pensare, guardò per un attimo gli occhi di lui, ironici e penetranti, e si alzò. Arrivati al distributore stessa scena, stessi discorsi neutri, stesso sguardo indagatore. Lei sentì il viso imporporarsi ma s’impose di non guardare altrove o, peggio, la punta delle scarpe. Un giorno, al distributore,dopo averle porto il consueto caffè, l’uomo d’un tratto le disse con apparente noncuranza “ Hai un bel seno”. Emise un sospiro. Quando tornò in ufficio era in stato di evidente agitazione: sbatteva ogni cosa, sbuffava per un nonnulla, rispondeva secca quando non si rintanava in un completo silenzio. Le colleghe si lanciavano sguardi interrogativi mentre dentro di lei un mare in burrasca: confusione, rabbia, stupore, paura ed eccitazione si alternavano in un ciclo che pareva non avere fine. Clelia si sentiva più calma ma, al contempo, era tormentata da un senso di fine e d’incompletezza. Tutto sommato avrebbe potuto definirlo un senso di vuoto. La mattina successiva si svegliò presto, serena e riposata. Si attardò sotto la doccia, curò la piega dei capelli, si truccò un poco. Fece tutto con calma quasi fosse un rito. Tornò quindi in camera da letto, mise gli slip ed indossò la camicetta bianca aderente lasciando più di un bottone slacciato fino a che la scollatura non arrivò al solco tra i seni. Mise dei jeans attillati ed una goccia di profumo, poi si voltò a guardarsi allo specchio. Al distributore erano l’uno davanti all’altra, in silenzio. Lei imbarazzata come una scolaretta al primo appuntamento si guardava intorno nervosa. Lui era appoggiato mollemente alla parete e sorseggiava il suo caffè con calma ed apparente distacco. Era una stanza abbastanza grande, ben illuminata, con un tavolo di formica verde e le pareti piene di scaffalature colme di raccoglitori. Quando lui chiuse la porta a chiave, lo scatto della serratura la fece sobbalzare. Egli se ne accorse e fece un breve sorriso sarcastico, poi la fece appoggiare di schiena ad un montante. Una corda comparve da una piccola borsa scura nascosta in un angolo e, con pochi fluidi movimenti le legò i polsi dietro la schiena assicurandoli quindi alla struttura in ferro. Solo in quel’istante Clelia si rese conto con chiarezza cristallina di essere realmente impotente ed immobilizzata. La paura la prese e cominciò a dimenarsi “Cosa….cosa….?!?” balbettò Ora era calma e pace: tutto fermo, tutto quieto. Piano, lui si ritrasse ed in silenzio sistemò tutti gli oggetti che aveva utilizzato. Lei teneva gli occhi chiusi e si sentiva svuotata: galleggiava in un mare caldo di tranquillità. Clelia passeggia sul Naviglio con lui accanto. Non amici, non innamorati, non amanti. Cosa sono? Sono qualche cosa di più, che tuttavia, a lei non importa un granché definire.
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ben
said:
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