| T.E.S. |
| Scritto da Xandra | ||||||||||||||||||||||||||||
| Lunedì 25 Giugno 2007 23:07 | ||||||||||||||||||||||||||||
Ho imparato ad apprezzare gli inglesi, ad ignorare i francesi, a convivere con gli italiani, a diffidare dai musulmani, ad accettare caramelle dai tedeschi ed a ridimensionare gli americani. Il tutto a mie spese, in ogni caso. La versione più comune riconosce un ometto dalla parlata fulminea - candidato alle prossime elezioni alla casa bianca anche se, come Abu Omar, non può nemmeno sognarselo di vincere - come l’unico responsabile di tale lacuna: durante gli anni in cui era sindaco di New York si sostiene che Rudolph Giuliani abbia fatto piazza pulita in ogni direzione. Tolleranza zero sulla criminalità, alta tolleranza per un nuovo piano urbanistico, alta tolleranza per un turn over di figure cittadine di riferimento, intolleranza non apertamente dichiarata – ma fortemente sentita - per alcune “strambe” preferenze sessuali. Caro Rudolph, grazie per aver ripulito Ground Zero mentre combattevi contro il cancro, grazie per aver polverizzato i borseggiatori della metropolitana e per averci permesso di passeggiare ad Harlem anche di sera dopo la mezzanotte dopo essere usciti da Patsy’s. Però scusa, non per dire…ma che fastidio ti davano locali come il The Vault? (Madonna stessa fece una serie di fotografie pubblicate sul celeberrimo libro Erotica, forse qualcuno di voi l’avrà comprato ai tempi, io ce l’ho - pa pa pero – ed erano fotografie che la ritraevano senza veli in tutto il suo biondo splendore e che furono appunto scattate in questi locali: in uno scatto è ben chiaro il logo del The Vault marchiato su una maglietta sopra un armadio di legno) Se c’è una cosa che mi attira particolarmente è la piccola società sadomasochistica ed i suoi meccanismi di relazione/interazione. Chi sono i BDSMer, da dove vengono, perché lo fanno (se lo fanno), come lo intendono, da quando? etc. Lo studio con interesse questo stile di vita che taluni riconoscono in una scopata all’acqua di rose con manette e bavaglio e tal altri in una gang bang di gruppo sulla cima del monte Ararat a mezzanotte meno tre, con la luna calante, una stalattite nel culo e lo strap-on della mistress puntato nel vuoto rigorosamente a 45 gradi, verso est. Con il passare del tempo ed un po’ di pazienza ho scoperto, per esempio, che contrariamente all’europeo l’americano è un animale molto più sociale: non si pensi che i cosiddetti party siano unicamente escamotage cinematografici per mostrare in parata i personaggi invischiati in un mistero tecnicamente impossibile di C.S.I. I party ci sono davvero e la gente parla e si comporta veramente come nei film: qui ti capita realmente di sentirti un po’ come Sally Field che con bicchiere di Ponch alla mano ed indossando un vestitino di Donna Karan alla Paolina Bonaparte elargisce sorrisini di convenienza ciondolando da un invitato all’altro. Anche per quanto riguarda il sadomasochismo l’americano tende ad uscire di casa, ad incontrare gli altri prima che scambiare quattro chiacchiere via web. Il web è un mezzo (…evviva), non un fine. Dimostrazione di ciò è questo calendario eventi che per la seconda volta mi ritrovo piazzato in bella vista sugli scaffali di Purple Passion, l’unico negozio fetish nel quartiere di Chelsea. La proprietaria - un donnone sulla quarantina con capelli rosso scuro, viso rugoso ma pulito e sorridente - mi consiglia di prenderne una copia. E’ fiera del fatto che spesso le riunioni di TES, questo noto gruppo di sadomasochisti, avvengano proprio nel suo punto vendita. A dire il vero è da più di mezz’ora che sto tentando di scegliere un floggher per Babies, la scelta è difficile, ce ne sono di tutti i colori, forme, materiali e dimensioni. Ma la cosa mi interessa ed in men che non si dica mi scopro ad osservare attentamente il fitto programma di appuntamenti ordinatamente impresso nero su bianco su questo leaflet di ben sei pagine formato A4. Malgrado ciò il volantino giace indisturbato per almeno una settimana nel cassetto del comodino. Sono curiosa, ma non vorace. E ci sono un sacco di altre cose che voglio fare, come per esempio riflettere sul fatto che potrei anche andare nella camera ardente allestita all’interno del Madison Square Garden a rendere omaggio al grande James Brown, mancato poco prima di Natale. Ma non ho voglia di farmi una coda infinita, gli renderò omaggio ascoltando ad alto volume “I got the feeling”, per almeno trecento volte. Il mio contatto per le porcherie qui è Speliotis, famoso fotografo di Bondàge. Lui non chiama mai, scrive solo e-mail dando appuntamenti quasi in tempo reale. Mi invita nella sua galleria perché oggi ha bisogno di una mano, deve completare il catalogo di uno shop online che vende articoli sadomaso e visto che oggi il tempo è clemente (20 gradi a Gennaio, roba da non credere) farà posare il modello sul tetto dello stabile della sua galleria e lo immortalerà alla luce naturale concessa dal diradarsi delle nuvole. Preannunciandomi che ci sarà “un po’ di cazzo” in giro, mi chiede se sia desiderosa di offrire il mio contributo. Non mi faccio attendere e sebbene Cristopher (il modello, di provenienza latino americana ma con gli occhi a mandorla), con quei coglioni stretti da una cintura di castità in pelle, mani sui fianchi alla Mussolini, sguardo fiero verso l’orizzonte, noncurante dei numerosi spettatori che dal Gansevoort Hotel pigiano il naso contro i vetri, ispiri tutto tranne che sensualità, il pomeriggio procede sereno e spassoso. E verso le sei di sera l’ammennicolo di Christopher sembra quasi voler rintanarsi nel pube per il gelo che sta tornando inesorabile. Steven indossa il cappellino che gli ho regalato tempo fa, dall’usura il logo di Manettematte è quasi scomparso: “Ah sì, questo è il mio cappellino”. Sorseggiando dello scadente vino rosso gentilmente offerto da Steven, chiedo informazioni su quelli di TES. Sia lui che Christopher tacciono per qualche attimo prima che io mi metta a suggerire risposte: “Non vi piacciono?”. No, non è vero che gli non piacciono, è che loro preferiscono semplicemente non far parte di nessun gruppo in particolare e poi…beh, poi in quel giro ci sono individui parecchio brutti, grassi e scontrosi. Per dindirindina! In Italia dicono le stesse cose dei manettiani. Devo assolutamente conoscerli: sono i nostri corrispettivi americani. Quando penso sia ora di muovere le chiappe, mi metto a sfogliare il calendario eventi di TES cercandone uno che possa farmi capire qualcosa di questo gruppo: The Eulenspiegel Society, famosa community BDSM newyorkese. Se non la più antica, una delle più datate: anno di nascita 1971. Non è la prima volta che ne sento parlare, ma fedele a quell’idea di discrezione che attribuisco al sadomasochismo americano, non avevo mai francamente pensato nemmeno ad informarmi su cosa combinassero. Il prossimo incontro è Mercoledì, discussione pro novizi: “Come essere poligami nel BDSM, serata diretta da Ms.Lolita Wolf” Rileggo. Come essere poligami nel BDSM. Forse non ho letto bene. Come essere poligami nel BDSM. No, no. Ho letto benissimo. E che cacchio c’entra la poligamia con il BDSM? Mi piace pormi delle domande, ma la risposta me la dovrà dare la Sig.na Wolf, in persona, Mercoledì sera verso le otto. Mando una e-mail agli organizzatori per chiedere se la mia presenza – in veste di pacifica indagatrice estera – sia o meno gradita. E-mail alla quale segue una risposta quasi immediata: sono più che benvenuta. E’ Mercoledì e se non ci fosse vento non sarebbe poi così male, ma il vento c’è eccome, si fatica a camminare nel gelo, soprattutto se hai sbagliato indirizzo e ti tocca fare sei isolati a piedi per raggiungere questo stabile mal frequentato sulla ventiseiesima nell’androne del qualche stazionano due loschi figuri neri come la pece. Non sono razzista, intendiamoci, è che avere la visuale di una coppia di arcate dentali inferiori e superiori che risplendono nel buio non è rassicurante. Ad ogni modo. Non li guardo troppo, loro non sembrano guardare me, vado dritta verso l’ascensore e seleziono il piano che mi interessa. Muri bianchi, sembra di stare in una vecchia scuola di ballo, i pavimenti sono in legno e scricchiolano, i termosifoni – come spesso succede nelle vecchie case di città – sbuffano e sibilano strani ed improvvisi suoni. Una signora bionda alla quale chiedo dove sia la riunione di TES intima al suo piccolo cane ansimante di non sporcarmi i pantaloni e nervosamente indica a me la stanza accanto. Le rispondo abbaiando anche io, ma senza migliorarne l’umore. Entro, ci sono due persone sedute alla mia destra che mi salutano sorridenti e mi chiedono otto dollari. Pago, ringrazio del buono che mi regalano per partecipare alla prossima serata di discussione e cerco un posto tra le prime file così come facevo al liceo. Mi piazzano in mano una rivista patinata e stampata in bianco e nero che si chiama Prometheus, è il mensile dell’associazione al quale contribuiscono tutti i membri di TES con testi, fotografie, annunci. L’associazione non ha fini di lucro, ma sulla rivista campeggiano diverse pubblicità commerciali del settore: così facendo si ripagano dei costi di stampa e gestione.Poco dopo, alla mia sinistra, siede un signore sulla settantina con barba bianca e lunghi baffi. Meno male che la serata è per i novizi, se fosse per i veterani chi mi sarei trovata accanto? Donatiene Alphonse François de Sade? La stanza si riempie pian piano, malgrado il fatto che l’incontro sia stato fissato con mezz’ora di anticipo per consentire alla gente di socializzare, io non socializzo affatto. Frega niente. Me ne sto seduta a sfogliare la rivista. Arrivano anche dei novizi, tutti in abiti civili e senza distintivo, un uomo ed una donna discorrono dietro di me confrontando le loro esperienze in materia e confessandosi l’un l’altra perplessità tipiche degli Alici nel paese delle merdaviglie: “…quella sera, sai, mi sono chiesta…ma che diavolo sto facendo? In che cribbio di situazione mi sono ficcata?”. Non faccio una piega. Beh, non è vero: i miei occhi alzati al cielo una piega la fanno eccome, soprattutto quando sento “…anche io ho avuto dubbi all’inizio, ma questa è già la terza volta che vengo. Vedrai che quando sarai più esperta, come me, ti sentirai più a tuo agio”. Mi viene da ridere ma taccio. Attendo, ascolto, osservo. Finalmente si inizia, credo di aver riconosciuto la Sig.na Wolf tra gli ultimi arrivati nella sala. Mai vista, è il mio istinto che me lo suggerisce. Master Bo, omone alto e mastodontico con lunghi capelli scuri e lisci, baffi e pizzetto, ci si para davanti sfregandosi le mani e facendo una breve introduzione sull’associazione: chi sono, cosa fanno, vantaggi del diventare membro onorario di TES, presentazione della relatrice, la celeberrima Lolita. Applauso stitico del pubblico ora composto da circa una quarantina di persone e la Sig.na Wolf, in tutta la sua possente personalità, prende le redini della serata. Oddio, le redini…dato l’abbigliamento militare quasi mi aspetto che da una delle tasche laterali estragga un M16 e spari a raffica sul primo che si azzardi a starnutire. Ma non mi lascio intimorire. Talk to me Lolita. Adesso fatemi capire. Lolita parte immediatamente pronunciando la parola “poligamia” per almeno ventisei volte e dicendo che per meglio consigliarci su come essere dei “polyemers” nel BDSM le sarà necessario parlarci di lei, delle sue storie di vita vissuta e de suoi trascorsi. Non chiedo di meglio. Onestà, puntualità, precisione: dovete essere onesti con i vostri partner, organizzatevi, tenete nota delle date e dell’ora prefissata, stilate un bel calendario, non mentite, non siate gelosi – la gelosia non ha motivo d’essere nella poligami ed è controproducente, eh – e poi siate onesti, ed ancora onesti. “Per esempio, io…no? A me piace un sacco divertirmi con le coppie. Ma così come mi piace entrare nelle coppia, mi piace uscirne. Non voglio combinare guai” ; “Per esempio, una volta sono stata gelosa di uno…poi, siccome i nostri calendari erano pubblicati sul web e potevo visionare la sua agenda di appuntamenti, ho notato che io soltanto occupavo almeno un terzo del suo tempo libero. Quindi ho capito che non dovevo essere gelosa, questa è poligamia”. In alcuni momenti annuisco – ma non quando dice cazzate - e Lolita mi guarda negli occhi. In altri momenti non ci faccio caso, perché ho notato che con tutti questi consigli la risposta alla mia domanda non è comunque ancora arrivata. E’ tutto un susseguirsi di racconti di quel che fa con i suoi allegri amichetti: sesso, festini, etc. Più che una discussione per i novizi questo però è un monologo. Lolita ci sta insegnando come si fa. Domande? Hmmm….ssssì, però magari non adesso. Eppure dalle ultime file qualche temeraria sentenza arriva, qualche affermazione talmente genuina da compromettere ed indispettire l’alta considerazione di sé di cui Lolita abusa senza vergogne. “Beh, ma scusa, che differenza c’è tra le tue frequentazioni e dei semplici amici con i quali ci si diverte ogni tanto?” Traduzione: “Ma che cazzo stai a ddì?!?”. Lolita ci passa sopra come un bulldozer, non le importa di quel che pensano gli altri, lei non accetta giudizi, lei sì che si è guadagnata sicurezze e paletti e poi…la domanda è pretestuosa. Oh. Vorrai mica farle fare la parte della stupida, no? Il monologo prosegue, quei pochi e coraggiosi dissidenti hanno ormai compreso che ascoltare soltanto invece che cercare di capire dove Lolita voglia andare a parare è delizioso, meno faticoso e molto più divertente. Ed ancora la risposta non arriva.Forse dovrei fare la domanda. Ma il sovvertire l’ordine precostituito delle cose riportando Lolita dai bastioni di Orione sulla terra, stravolgendo soprattutto il suo ruolo e la sua funzione specifica suggerendole senza mezzi termini che ha preso una cantonata colossale e sta facendo la figura della stupida, giustificherebbe la mia sete di sapere? No, non la giustificherebbe. Non è carino esordire con contestazioni e dubbi sul soggetto stesso dell’incontro anche se nulla ha a che vedere in realtà con la poligamia. Non mi va di fare la stronza. Ma la sua insistenza terminologica e le sue pretese sono davvero fastidiose, mi vergogno per lei così come avviene quando mi capita per caso di ascoltare Alba Parietti che canta in Tv. Una sensazione allucinante. Peccato non ci sia un telecomando per spegnere Lolita. Alla mia destra è seduta in punta di sedia una ragazza di colore con abiti color kaki, avrà sì e no venti, venticinque anni. Ha le mani sotto le cosce, muove la gamba destra in sù ed in giù e si dondola avanti ed indietro con il busto. Si comporta come fosse la sorella di Rain Man, ma non mi lascio impietosire. Bofonchia scocciata ed ostile dopo ogni affermazione di Lolita. E’ agitata, aggressiva: la cocca se la sta facendo sotto. Se provo a dimenticare tutto ciò che so a riguardo dei sadomasochisti e faccio finta di essere una persona normale, davanti a questi individui tutti vestiti di nero - con abiti lisi e consumati tendenti ormai al grigio - fisicamente enormi, trascurati ed onestamente non poi così umili come mi aspettavo, devo ammettere che la cocca non ha poi torto. Ma non per quello che loro raccontano di fare quando si mettono tutti nudi e fanno cose pazzesche, piuttosto per il loro essere, per quello che con le loro movenze e con la loro immagine esprimono. Volendo essere galante e signorile come il mio amico di vecchia data Alessandro Morra Della Rocca di Santa Brigida - nobile torinese al quale ebbi l’ardire di rispondere “Piacere, Alessandra Scacazza Della Vulva Frigida di Sua nonna Ormai Rigida - eviterei di specificare che Lolita allontana maggiormente da sé l’ipotesi già remota di poter essere un minimo attraente facendo mostra di una ricrescita biancastra di almeno quindici centimetri sotto una tinta rosso orànge cacchina quasi del tutto svanita. Ma sono più signorile dal vivo che via Web, generalmente. Sono appena entrati due personaggi un po’ sui generis. Probabilmente sono una coppia sposata: lei è vestita come Mortisia, lui come Felice Musazzi in una delle migliori rappresentazioni del teatro dei Legnanesi. Fanno gli stupidini, interrompono Lolita di tanto in tanto facendosi riprendere per provare l’emozione della sottomissione pubblica davanti ai novizi. Fanno obiettivamente ridere ma, se non altro, danno una nota di colore; anche la ragazza accanto a me è colorata e colorita, me non ride per nulla. Non riesco veramente a comprendere per quale recondito motivo il Caporale brizzolato e la ciurma in costume debbano, anche compiacendosi di loro stessi e non poco, spaventare una ragazza giovane che già deve aver a che fare con i trascorsi storici di una razza non del tutto sorella del concetto di sadomasochismo come pratica “sessuale”, una razza che per centinaia di anni ha conosciuto la vera schiavitù che non è certo quella dei completini in latex a seicento sterline da Skin Two. Com’è presumibile entrare nel merito del perché la gente provi gusto nel picchiarsi e trattarsi male dev’essere compito un tantino complicato per lei. E va bene che questo paese è popolato da razze di ogni tipo e che la gente si deve anche adeguare – la cocca poteva pure starsene a casa, francamente - però…no, non lo trovo giusto. Fare gli splendidi va benissimo, va bene anche prendere un po’ per i fondelli i meno esperti (un pizzico di sano nonnismo non guasta, ManetteMatte docet), ma perché spaventare a morte, perché instillare timori, perplessità e gran confusione concettuale spacciandosi per individui colti con chi non ne ha davvero bisogno e, oltre tutto, si mostra palesemente terrorizzato? Contraddizione: ma come, fai le serate per i novizi, ti metti in cattedra senza nemmeno capire cosa sia la poligamia e li fai scappare a gambe levate? Quatta quatta non modifico di una virgola il mio “mimico” partecipare alla serata, dopo una lancinante ora e mezza di coordinate, liste dei “Do’s and Dont’s” (da fare e sa non fare) e consigli per gli acquisti ci viene concessa una pausa di cinque minuti. Magnanimi: “Andate pure a prendervi un caffè”. Col cazzo, bella, ci vai tu ad ibernarti la ricrescita, se proprio ci tieni. Mi viene chiesto gentilmente di sollevare il didietro, c’è fermento. Anche se da un bel pezzo sto pensando di filarmela e tornare a casa a guardare Craig Ferguson, resisto. Votata alla sapienza ed al sacrificio non mi schiodo. E la nuova disposizione assegnata alle poltrone mi incuriosisce: ora vengono disposte a cerchio e sta a vedere che tra poco arriveranno pure i clandestini. “Ciao, mi chiamo Condoleeza Rice e…sì, anche io sono un sadomasochista”. Non posso perdermi questa chicca da sadomasochisti anonimi. Aspetto pazientemente che le sedie vengano sistemate per bene ed accomodo nuovamente il mio deretano in posizione strategica attendendo nuovamente che chi di dovere si organizzi. Sono quasi certa che ad ognuno di noi verrà chiesto di presentarci. Comincio a provare un po’ di imbarazzo ma so già cosa dirò di me. “Ciao, sono Alessandra, sono italiana e sono qui perché sono curiosa di conoscere la scena newyorkese”. Ma che gli frega se sono italiana o austriaca? Mi ringraziano talmente tanto di aver preso parte alla serata che mi sorge quasi il dubbio pensino io abbia preso un aereo appositamente per l’occasione. Bene, ora che il pubblico si è dimezzato possiamo fare domande al Caporale, sarà lieta di risponderci. Ma ancora non mi sbilancio. Davanti a me, dall’altra parte del cerchio di sedie che ci impedisce di guardare il mondo in tutta la sua obiettività, c’è una ragazza mora ed esile sulla trentina che non smette di osservarmi pur parlando con altri. Le domande arrivano ma i dissidenti del BDSM hanno ormai abbandonato il campo saturati dalla militaresca impenetrabilità di Lolita, sono rimasta solo io a portarne il peso ed i quesiti posti non hanno nulla a che vedere con le contraddizioni del monologo di Lolitona. “Come ci si può fare una Leather Family?”. Bell’argomento questo. Lolita, Master Bo e qualcun altro fanno parte della stessa Family, della stessa Leather Family, ovvero un gruppo di persone non legate geneticamente che vivono insieme o, comunque, fanno sadomasochismo o, magari, strombazzano allegramente tutti insieme. Insomma, saranno un po’ fatti loro cosa fanno. Qualsiasi cosa sia, la fanno insieme. E come faccio di qui, e come faccio di là, e come si fa a trovarsi una schiava, e dove trovo le fruste, e….due palle micidiali. La ragazza di colore si è seduta nuovamente accanto a me ed ora che siamo relativamente in pochi i suoi tic nervosi sono macroscopici, non cessano di scandire il tempo. Forse si è seduta accanto a me perché sono una delle poche donne non spaventevoli rimaste, per quel tipo di solidarietà femminile per me troppo faticosa e poco interessante. E Lolitona è là, a gambe faticosamente accavallate (non si può certo dire che Lolita abbia una figura smilza), e che, apparentemente assorta, non perde una sillaba di chi le pone le domande più inflazionate. E’ talmente tanto concentrata che ogni risposta che propina è assolutamente uguale alla precedente: “Dove si trovano gli unguenti giusti per il fisting?” – “Eh ma, prima di fare fisting però devi essere onesto con la tua partner”. No dico, adesso che diavolo c’entra l’onestà con gli unguenti? “Cara, ho preso la vaselina… è quella originale, non quella con l’olio di pinna di pescecane delle Antille che si riproduce ad un metro e mezzo dalla superficie dell’acqua e nella posizione del missionario acquatico. Te lo giuro!!” Sarà questa l’onestà degli unguenti? Master Bo si è alzato dalla sedia, ha cominciato a passeggiare al di fuori del cerchio con braccia dietro la schiena. Ogni passo è un tonfo, il vecchio pavimento ne rivela la scarsa agilità e per un secondo mi chiedo come mai, mentre passeggia, stazioni sempre qualche attimo esattamente dietro la mia posizione. E’ un difetto con il quale non riesco mai a fare i conti. Nei momenti di allerta o di pericolo sono capacissima di fingere, la mia faccia un po’ meno. Il mio viso è in grado di modificarsi in men che non si dica a seconda di quel che avviene intorno, figuriamoci se poi si sta dicendo qualcosa con cui non sono d’accordo. Figuriamoci se la situazione nella quale mi trovo non mi fa sentire a mio agio e c’è qualche coglionazzo nei paraggi. In effetti Master Bo deve averlo notato. Oh mio Dio, avrà capito che io, la Lolitona, non la sopporto? Il suo sarà forse un atto intimidatorio? Hey, questo è grosso. Dimitri, un altro vicino di sventura - la copia sputata del nostro RobinHood (ma senza barba) - mi chiede di dove sia. Anche lui ha i trisavoli italiani, come il 90% degli americani. Ma taccio ancora, di sfuggita osservo la ragazza di colore alla mia destra che, come se anche il mio nervosismo non bastasse, sta picchiettando sempre più forte sul pavimento. Mi trattengo dal metterle una mano sul ginocchio per bloccarla. Master Bo passeggia, si ferma e poi riprende. Finalmente si siede, Lolita fa una battutina stupida sul fatto che quando lui passeggia così le mette angoscia. Poi riparte con la solita storiella della poligamia senza azzeccarci ancora. Alzo la mano, chiedo la parola. Mi schiarisco la gola. “Scusa Lolita, volevo avere un chiarimento sul tema della serata”, indosso gli occhiali e nessun indumento fetish addosso. Sono in incognito, sembro una persona del tutto normale. “Dimmi pure”, sorrisone e disponibilità da operatrice di Call Center. “Il tema della serata era: Come essere poligami nel BDSM. Non ho capito molto bene il concetto e ti spiego perché. La poligamia, per quanto concerne i dizionari di tutto il mondo, è un qualcosa che ha profondamente a che fare con il matrimonio. La poligamia, in parole povere, è l’unione in matrimonio di un uomo con più donne. Tu hai detto che per farci meglio capire di cosa stessi parlando ci avresti raccontato di te, e lo hai fatto. Ci hai detto che prima sei fuggita da un matrimonio troppo stretto e poi sei approdata al BDSM, ci hai narrato le tue scorribande notturne con donne, uomini, coppie, cani, gatti, pesci e farfalle. Hai definito insomma situazioni sicuramente più attinenti a frequentazioni allegre con qualche amico di aperte vedute piuttosto che a rapporti BDSM vincolanti nei quali il principio primo fosse il possesso o lo scambio di potere o bla bla bla. Quindi mi sono francamente chiesta che cosa c’entri la poligamia in tutto questo. Anche volendo vedere il tutto sotto una luce romantica, ideologico sentimentale – “ho molti flirt con persone che amo realmente” – il tutto non regge perché tu hai specificato chiaramente che NON ami tutte queste persone e che sono soltanto amici affezionati con i quali ti diverti... Perché non parliamo piuttosto di un senso anche vago e simile alla poligamia che potrebbe essere, nel nostro caso, o entrare in gioco nel rapporto di un solo Master con più schiave donne?” Lolita sorride, alza la mano come a volermi dire di aspettare ma non credo abbia capito bene cosa ho detto. Adesso ho paura, sia mai che Master Bo mi chiude in un angolo e mi mette il termosifone sibilante tra le chiappe. L’unica mia consolazione è vedere calare progressivamente d’intensità i tic nervosi della ragazza di colore. Ha annuito durante tutta la mia domanda e sono quasi certa che, sotto sotto, sta godendo. Lolita divaga, dice che non è una “Persona di parole” (e non intende “di poche parole”, piuttosto “Una persona che non conosce molte parole”). Tutti tacciono, so che mi stanno odiando e per più di un motivo: 1- Cazz’hai detto, scusa? 2- Chi diavolo è questa debosciata che viene qui e ci sconvolge il caporale?? 3- Ma perché non andiamo da Sbarro’s a mangiarci una pizza e poi andiamo a casa sulla Lazy Boy (la poltrona per i massaggi) invece che fare ste cacchio di riunioni per quattro novizi brufolotici dell’Ohio venuti giù con la piena? Onestamente non riesco a seguire quel che dice Lolita. Dice sempre le stesse cose ed il suo tono di voce è veramente soporifero. Guardo lei e tengo d’occhio gli altri ma, improvvisamente, al termine della risposta breve e superficiale di Lolita, la serata si conclude. Tutti in piedi, non faccio in tempo a dire di no a Dimitri che mi ha offerto un caffè (che so già essere invece un vergognoso beverone) che la ragazza esile dall’altra parte del cerchio, quella che mi ha squadrato tutta la sera, mi corre incontro e mi porge la mano. Si chiama Anna, mi rifila subito il suo bigliettino da visita con tanto di nome e cognome reali, cellulare ed indirizzo, e mi chiede cosa ho in programma per la settimana prossima. Sabato ci sarà la festa di TES al Paddles, unico locale BDSM rimasto a Manhattan. Conosco il locale, non è malaccio: pulito, forse un po’ troppo buio ma ben attrezzato. Ci sono già stata l’anno scorso con Michael, un ex poliziotto che ama il sadomaso, messomi alle calcagna da Speliotis che temeva potessi fare brutti incontri mentre lui si stava esibendo in un articolato bondàge in un’altra stanza del locale. Dico ad Anna che mi piacerebbe esserci anche se ho molte cose da fare (non è vero) e…le farò sapere. Dimitri è stato liquidato in un batter d’occhio, ma è stato talmente dolce che mi dispiace avergli troncato le gambine così di fretta. Un beverone non avrebbe potuto uccidermi. Anche Anna ha i trisavoli italiani, che novità. La saluto, mi rimetto sciarpa e cappotto, è l’una ormai, fuori farà un freddo cane e se becco un tassista stanco ed incazzato è probabile mi debba fare la strada a piedi. E sono oltre venti isolati più quattro avenuessss. A casa rifletto seduta sul divano, rigirando tra le dita il biglietto da visita di Anna. Curioso. L’hanno mandata avanti: il suo Master, Master Bo, l’ha mandata in avan scoperta. Lui non si abbassa a presentarsi, manda le schiave. E già ci rido sopra. Ecco, queste sono usanze che non capisco e che trovo sempre un po’ ridicole. I giorni passano, i giorni che mi separano dalla festa di TES diminuiscono. Mando un sms poco invasivo ad Anna: “Dove ci si trova ed a che ora Sabato?” Mi risponde dopo due giorni pregandomi di mandarle un’e-mail invece che un sms, suppongo che abbia problemi con l’eventuale marito – beh, ma allora è scema…ma dimmelo subito, no? - ci troviamo in un locale per l’aperitivo con i novizi circa mezz’ora prima, poi si va insieme al Paddles. Io preferisco andare direttamente là per conto mio. Ed infatti sono qui che li aspetto da parecchio, non riesco nemmeno a tenere la sigaretta in mano dal freddo che fa. Oh, io entro. Assisto immediatamente al piccolo show di uno che cola cera su una ragazza nuda, poi la pulisce a suon di frusticchiate, poi prende della benzina e gliela spalma addosso. Sulle tette, sulla pancia. Poi prende un piccola torcia e l’avvicina a dove ha spalmato la benzina dando fuoco per un attimo a varie parti del corpo della donna ripassandoci sopra la mano dopo due secondi netti e spegnendo la veloce fiammetta in fretta e furia. Lo fa come se fosse una roba incredibile. Lo guardano come se fosse Dio. Meglio che mi sieda da un’altra parte, sulla mia faccia potrebbe comparire un “Guarda che c’è puzza di gallina bruciata, pirla”. Vado a dare un’occhiatina di ricognizione in giro, poi mi siedo sul soppalco dove vedo un po’ di movimento. Dall’alto vedo arrivare Anna con il gruppo al seguito, scendo per salutarla. Non indossa abiti glamour: ha un corpetto rosso ed una minigonna nera, poco trucco e scarpe con tacco basso. Master Bo è vestito come la settimana scorsa: maglietta e pantaloni neri. Dopo i convenevoli di rito chiacchieriamo del più e del meno, di cosa fanno ogni tanto e dove si ritrovano. “Sai, stasera siamo qui perché almeno possiamo giocare liberamente, mentre invece, in casa sua, non è che si possa fare più di tanto”. Mi racconta di diversi raduni che organizzano privatamente, arrivano persino ad affittare interi hotel per passare qualche giorno in compagnia praticando, addestrando, menandosi come orbi. Poi parte con una filippica interminabile sul fatto che per loro è molto difficile trovare situazioni adatte in cui giocare. “Qui il problema nasce nel momento in cui c’è dell’alcool abbinato alla nudità”. Io le dico che invece, in Italia, è ancora più complicato perché è vietato fare sesso negli spazi pubblici di un albergo che, in quanto pubblico appunto, non può essere chiuso o riservato esclusivamente a singoli gruppi. Eppure la faccia di Master Bo non secerne sadismo nemmeno dall’ultimo dei pori. Non lo nego, lui mi interessa. Ma è sfuggente. Anna è pedante, anche se mi sta dicendo un mucchio di cose interessanti in ordine sparso. Mi piacerebbe parlarci con quell’omone mastodontico, ma non ne sono attratta fisicamente. E’ sempre la solita storia: esperienze diverse, ecco cosa mi attira. Mi annoio, Anna è tornata dal suo Master. Vago per il locale e colleziono qualche tacchinamento sparso. Un ometto tarchiato con capelli biondi mi si avvicina dicendomi che sono “Gorgeous”. Gli sorrido, ma lo informo subito che non sto cercando né schiavi né scopate occasionali. Allora sospira che rimango “Gorgeous” lo stesso. Un altro ometto intorno ai quarantacinque anni mi chiede se mi può rivolgere la parola. E’ asiatico, lavora per la MTA (trasporti pubblici cittadini) e gli faccio presente che non vedo motivo per cui non dovrebbe farlo: parlando non ci si ingravida, ne sono sicura. Mi racconta un po’ di sé a spizzichi e bocconi, gli devo quasi tirare le parole fuori di bocca tanto è timido. Sono gentile, accomodante, gli chiedo anche se vuole bere qualcosa ma lui declina l’offerta. Dall’oscurità compare Dimitri, quello che mi aveva proposto un beverone la scorsa settimana. E’ sempre in abiti da geometra con crisi di identità. Occhiali a culo di bottiglia, zainetto (sono sicura che dentro c’è il kit di pronto intervento “Frustami ma i tacchi concedimi”), scarpette marroncine da Paninaro ante litteram ed espressione desolata con sopracciglia inarcate. Mi saluta volteggiando l’avambraccio nell’aere, ricambio immediatamente invitandolo ad avvicinarsi. Mi sento in colpa. E così ci ritroviamo a parlare in tre: io, il geometra ed il conducente di mezzi pubblici. Il geometra mi domanda se non sono stanca, se non abbia magari desiderio di un bel massaggio rilassante ai piedi. Eccallà. “Sei molto carino, ma se c’è una cosa che proprio non tollero è che mi si tocchino i piedi”. Si fa da parte con educazione sollevando le mani. Il conducente di mezzi pubblici non beve, non parla, non ci guarda. Mi metto a cercare nella tasca uno specchietto da mettergli sotto il naso per vedere se sta ancora respirando. Anna è ancora con Master Bo, luì l’ha presa di forza, l’ha sollevata di peso, l’ha scaraventata e shakerata contro la parete di finti mattoni neri (che fanno tanto New York) e poi l’ha masturbata. Ma molto violentemente, gliene rendo atto. Ed è presente anche Lolita che sta facendo un po’ di poligamia con una donzella semi scosciata che sembra direttamente uscita da un cartone animato di Betty Boop. Io però mi sono rotta le palle anche di Dimitri e del vegetale qui accanto. Chiedo ai due se, per cortesia, possono salutare Anna da parte mia. Ora è impegnata, non vorrei disturbarla. Ma io voglio andarmene a casa. Dimitri acconsente felice di poter almeno fare qualcosa per me. Riprendo il mio cappotto ed esco. Sono quattro ore che non ho la mia razione di nicotina, mi accendo una sigaretta ancora prima d’essere in strada. Eppure, penso passeggiando distrattamente, non può essere finita qui. Detto, presto fatto. E’ da un annetto che sono in contatto con Bob e Lola, coppia conosciuta l’anno scorso sempre al Paddles. In questo momento si trovano a New Orleans, ogni americano che si rispetti và in vacanza nel sud a spendere soldi in alberghi e divertimenti. E’ così che si da una mano alla povera gente che ha perso tutto. Torneranno presto però, ed io ho già in programma di andarli a trovare, dopo tutto stanno solo ad un paio d’ore di strada da qui, in Pennsylvania. Bob fa domande discretamente insinuanti via e-mail, mi domanda cosa vorrei fare durante il soggiorno da loro. Rispondo solo che non ho programmi particolari e che desidero rivederli, non ho mire speciali né nei suoi confronti né nei confronti di sua moglie. Dice che sa preparare una colazione fantastica e che vuole io resti a dormire da loro, ma per come sono fatta questa proposta è già sopra le righe: dormirò lì vicino in un motel trovato per strada. Steven è irreperibile, so che ha problemi in famiglia, dopo la morte del padre ha dovuto sbrigare qualche faccenda. I giorni passano e trascorro le mie giornate camminando per strada, comprando vestiti o facendo la spesa al market della stazione dove vendono una specie di salame pre-affettato incartandolo “a torretta” nella carta trasparente. Vado al cinema, cerco paia di scarpe a poco, passeggio per mercatini e mi diverto in assoluta indipendenza. Di primo pomeriggio quando i miei occhi si aprono decido se ho voglia di vestirmi o meno. Se non ne ho voglia rimango a letto, altrimenti mi vesto ed esco. I giorni durante i quali rimango a casa li passo comodamente adagiata sul divano o ancora nel letto facendo la spola tra la cucina, il bagno ed il materasso. Se ho voglia mi lavo, altrimenti no. Di tanto in tanto riempio la cesta degli indumenti sporchi, esco dalla porta di casa e porto tutto al quinto piano. Metto gli abiti in una delle lavatrici e torno in casa aspettando che il programma da venticinque minuti per i colorati si completi. Poi torno giù e litigo con una giapponese sorridente che, non essendosi accorta che la mia roba era ancora in lavatrice a fine lavaggio, ha messo dentro i suoi indumenti di Dolce e Gabbana taglia 30 ed ha fatto ripartire tutto. “Ohhhhhhh, solly, solly!!” Ogni tanto mi viene voglia di un caffè vero, allora scendo e vado nella caffetteria di fronte dove servono espressi che non sono poi da buttare. Certo, nulla a che vedere con l’espresso della macchinetta automatica in ufficio a Milano, ma me lo faccio bastare. Se poi mi prende voglia di pollo fritto mi aggiudico un taxi anche ci fosse l’uragano Katrina e mi faccio portare da KFC (Kentuchy Fried Chicken, luogo di perdizione). Chiedo la borsa di plastica da portare via e rosicchiando una coscia mi inzacchero le dita rimirando dalle finestre di casa la cima del Chrysler building persa tra le nuvole. Relax totale, non c’è nessuno intorno, nessuna voce, nessuna presenza. Libidine. Non faccio nulla di diverso da quello che faccio a casa. Se devo lavorare sono comunque davanti ad un computer, se ho tempo libero non mi do orari, non faccio programmi e non fisso scadenze. Sto per conto mio e basto a me stessa. Ho già preso accordi con Bob e Lola, ci vedremo di venerdì, a cena ci saranno anche due loro amici sposati che abitano nello stesso desolato paesino, uno di quei posti dove le case non le distingui e non riesci a capire da che parte sei venuto, perché nemmeno le strade si differenziano tra loro. Parto con un giorno di ritardo, preferisco andare da loro di sabato anche se non so che tipo di traffico potrei trovare sul mio itinerario: quando la gente beve negli Stati Uniti c’è veramente da avere paura. Guidare questi transatlantici è pallosissimo, non hai nulla da fare, sono studiati proprio per questo. Il fatto che si possa superare anche da destra sulle Highways non mi fa impazzire, perché anche se la velocità media di crociera è bassa vedere un truck nello specchietto retrovisore a settantacinque miglia orarie non è proprio carino. Tanto vale mi metta direttamente sulla destra e mi faccia il viaggio comoda e tranquilla, sorseggiando la mia coca cola stracolma di ghiaccio per ogni nuova canzone che ascolto. Il navigatore NeverLost (lett. “Mai perso”, ma questo lo dice lui) mi aiuta finché non arrivo in paese, dopo di che, forse per l’inusuale destinazione richiestagli, entra in sciopero e neppure l’offerta di un accoppiamento selvaggio con il mio telefonino – un bellissimo Nokia, un po’ datato ma capace - lo convince. Trovo ugualmente la casa proprio mentre sto avvisando Bob che sono arrivata. Lo vedo al telefono che sta chiedendo al padre, di discendenza ovviamente europea, come si dice Welcome in italiano. Sorrido quando capisco che il padre non lo sa e che Bob sta mettendo in dubbio le sue radici: “Come non lo sai? Ma, papà, ma non siamo mica italiani noi? Non è che mi hai preso in giro per una vita? Eh?”. Appena entro vedo un piccolo ambiente, una piccola cantina di color porpora con candele ed incensi – detesto l’incenso - riadattata a locale “da trombo” dove suppongo facciano le loro maialate. Lola mi elenca tutta una serie di lavoretti che sono stati fatti da loro nella stanza, e senza chiedere aiuto a nessuno. Mi offre da bere, mi propone quella che per lei è una cena a tutti gli effetti: quattro fette di pan carrè appena uscite dalla lavastoviglie, sei fette di prosciutto (quello proprio anglosassone che sembra spalla cotta, ma di PVC), due vasetti di sottaceti, maionese e ketchup in quantità industriale, coca cola, San Pellegrino (si potrebbero scrivere pagine e pagine sull’idea che gli americani hanno della lussuosissima San Pellegrino, acqua venduta, quando hai fortuna, a sette dollari e cinquanta la bottiglia. Quella da mezzo litro<), carote a fettine e cetriolo intero. Peccato che da oltre due giorni io abbia sullo stomaco un minuscolo pezzettino di camembert preso all’Hamish market e dimenticato nel frigo un po’ troppo a lungo che mi provoca giramenti di testa e manifesta rancori devastanti a livello intestinale. Agguanto un pezzo di carota e faccio ridere Lola dicendo che evidentemente, se sto mangiando carote, non sono molto in forma. Dopo una breve chiacchierata arrivano i due amici: non per voler fare la solita italiana che bada troppo all’abbigliamento, ma sono vestiti come se fosse domenica e ci fosse la funzione del Reverendo Martin Luther King in chiesa. Lui si occupa di edilizia, lei…non lo so. Mi dice che è appassionata di storia antica e che suo marito invece ama di più la storia moderna: e già mi angoscio sperando che nessuno chieda qualcosa sulla storia italiana. Mi tranquillizzo dopo che, avendole corrisposto una certa approvazione per l’hobby non comune, mi fa sapere che: “Ah sì, mi piace moltissimo guardare History Channel”. Si chiacchiera amabilmente, si sgranocchiano carote e cetrioli, ma non me la sento di bere alcolici. Non ne bevo mai e poi, se tanto mi da tanto, c’è aria di porcellate. Sono pressoché sicura che la serata volgerà in altre attività ludiche ed a prescindere dal fatto che il pezzo di formaggio che ancora gravita nel mio stomaco permetta o meno una mia partecipazione, sono perfettamente (o quasi) conscia del fatto che non mi andrà di fare molto. Al quarto Rhum (o forse era un Whiskey) Bob tenta di fare una domanda, non ha più freni inibitori: “Senti ma…diciamo…a te, no dico…tu…cosa ne penseresti, anzi, cosa ne pensi dei…francesi?”. L’inimicizia che gli americani dimostrano, quasi da sempre, nei confronti dei francesi non è una novità. Non è una novità nemmeno che la cosa sia assolutamente reciproca. “Fondamentalmente nulla Bob, so solo che noi italiani non gli stiamo simpatici, così come tutto il resto del mondo. Però guarda che ci sono francesi e francesi. I parigini si vantano da centinaia di anni di sta storia della rivoluzione e di quanto sono coraggiosi loro e via dicendo, ma nelle province francesi incontri gente tranquilla ed accogliente”. Ma Bob non perdona.“No, sai…ok che ci hanno regalato la statua della libertà…però…” “Regalato una mazza” dico decisa. Si interrompe guardandomi stupito, non sa che sto per togliergli da sotto il sedere anche l’unica certezza che poteva avere in merito. “Come?!?” “Eh no. Ufficialmente fu così: fu ideata questa grande struttura ispirata alla libertà per rinsaldare simbolicamente i già allora compromessi rapporti politici tra USA e Francia, ma dove credi abbiano preso i soldi per costruirla?”. Suppone ovviamente che trattandosi di un regalo i francesi abbiano sborsato di tasca loro quanto necessario. Povero illuso. “Sia il Bartholdi, il progettista, che il Sig.Eiffel chiamato a dare una mano per la struttura interna, non costruirono subito tutta la statua. Iniziarono dalla mano che originariamente doveva reggere le dodici tavole. La mano, con una fiaccola però, fu poi portata a NY per invogliare possibili finanziatori. Mr. Carnegie, quello della Carnegie Hall ma soprattutto quello delle aziende siderurgiche, finanziò gran parte del progetto. Fecero ritorno a Parigi, finirono di costruire la statua e sull’Intrepid la ri-trasportarono definitivamente a NY. Ecco, la statua era completa. Ma i soldi vengono da qui, mica da là”. Adoro il pragmatismo americano: sincero, genuino e disinteressato. “E allora che cazzo ci stanno a fare i francesi al mondo?”. Dopo la frugale cena l’atmosfera inizia a scaldarsi. Vedo Lola scomparire al piano di sopra e tornare poco dopo tutta tempestata di trasparenze. Vedo i due amici spogliarsi e rimanere più scoperti: guèpiere lei e mutande per lui. Beh, più che mutande hanno tanto l’aria di essere dei pantaloncini da calcio. Ed il completo, maglietta compresa, è di colore blu, per giunta. Comincio a chiamarlo Zoff (sono rimasta un po’ indietro) e quando gli spiego chi corrisponde a questo nome lui ride come un pazzo. Ci si sposta nella sala giochi - che è veramente una sala giochi - al centro della quale è piazzato un biliardo sorprendentemente verde. C’è uno stereo, ci sono le quattro valige di strumenti Sm di Bob e qualche quadretto con fotografie di Lola. Lei non ci pensa un attimo, si sdraia sul biliardo e si fa legare con gambe e braccia aperte. Ride ironica, si dimena giusto quanto basta per farlo rizzare a Bob che, lo sento distintamente, avrebbe tanto piacere che prendessi parte. Gli altri due vanno avanti ed indietro dalla sala portando bicchieri ricolmi di alcol e di ghiaccio. Io me ne sto in un angolino a guardare, Bob mi offre la frusta. E qualche collpetto a Lola mi parte, ma mi gira davvero troppo la testa. Formaggio maledetto, mai fidarsi degli Hamish. Malgrado ciò riesco a sollevare Lola di peso ed a girarla prendendola da sotto la spalla e la gamba destre; adesso ho questo bel culone della Pennsylvenia davanti e l'idea di griffarlo Made in Italy mi sconfinfera.. Questa donna è intoccabile, ovvero, non la si può toccare senza provocare reazioni esagerate. E’ una masochista, ma che dico pura: assoluta. Sfiorarla vuol dire farla sussultare. Quando mi sente sollevarla (ha una benda sugli occhi) lancia un gridolino stupido ed acuto. Nel frattempo chiacchiero con Bob come se nulla fosse, questo manda Lola fuori di testa. Dopo averla ribaltata non mi azzardo a toccarla né a considerarla, questa è capace di venire anche solo dovessi chiederle che ore sono. Bob mi conferma che quelli di TES fanno un po’ i professorini e che lui fa bene attenzione a star loro alla larga. Ascolto la sua opinione senza dare ad intendere nulla, soltanto raccontando quello che ho visto e sentito alla riunione per i novizi l’altra settimana. Mi sento un po’ come presumo debbano sentirsi quegli ex manettiani, che fuggono – o vengono bannati - dal sito perché il colore del boxino dei diari non gli va a genio, ma qui le cose stanno messe in modo molto diverso. Da TES si fa davvero scuola, e senza appelli. Zoff sorseggia alcol, la moglie si è vulcanizzata alla sedia e Bob cerca di non dare troppo a vedere quell’imbarazzante eccitazione che probabilmente anche Google Earth ormai deve aver mappato con qualche satellite. Mi gira la testa. Prendo Lola per i capelli e le dico di stare buona, mi devo sedere perché sto da schifo. Spinge il viso direttamente verso il punto da cui sente provenire le mie parole, Bob mi tocca una spalla consigliando che mi rilassi un secondo. Devo avere un colorito bianco latte preoccupante, anche gli altri due mi guardano apprensivi. Lola riceve un altro po’ di trattamenti vari, Zoff le tocca le tette molto amichevolmente e la moglie è sempre là, immobile come i quadretti incorniciati sulle pareti. Io ritorno in sala e mi sdraio sulla dormeuse, non mangerò formaggio per i prossimi ventisei anni. Lo giuro. Ma stare qui è piacevole, schiaccio un pisolino di qualche minuto e quando mi sveglio mi accorgo di stare meglio. I giochi sono ancora in corso ma Zoff e la moglie non partecipano. Sono tornata con loro nella stanza. Il culo di Lola, nudo, tremolante ed incastonato nel biliardo, provoca. Figlia di una gran vacca... Quando la voglia di fumare prevale su tutto il resto guardo l’ora e mi accorgo di aver trascorso in quella stanza un tempo interminabile: sono le tre passate. Lola tenta di tornare in sé, è libera. Con l’amica si dirige in bagno per provare a sedersi sull’asciugatrice, per vedere se ce la fa ad aprire la bocca per dire qualcosa di sensato, per verificare se riesce a stare in piedi mettendo un piede davanti all’altro. Per capire se ancora esiste. Mi offrono da accendere, a Lola trema la mano, inseguo la fiamma ridendo. Si preoccupano della mia salute anche se ho dato piena prova della mia lucidità. Quando Bob protesta per l’eccessiva quantità di fumo in casa siamo costrette a fumare fuori. A –12. La moglie di Zoff mi chiede se io sia credente. Alla mia risposta annuisce comprensiva dicendomi che è ovvio io non creda: è una reazione di rifiuto normalissima perché in Italia siamo subissati dalla religione. Come a dire che sarebbe normale se uno svedese non volesse mobili in casa, visto che in casa sua c’è la sede Mondo dell’Ikea. Lola mi propone nuovamente un letto al piano di sopra. Le dico che sto bene e che non si deve preoccupare, tornerò in città questa notte stessa e questo non fa che aumentare la sua preoccupazione. Oh yeah. Per rassicurare sé stessa più che per farmi stare meglio mi offre, nell’ordine: un alka seltzer, un’aspirina, una tisana fatta con le erbe coltivate da un’amica un po’ puttana di New Orleans, un antibiotico per cavalli ed un massaggio lombare. Riesco a rifiutare tutto con nonchalance senza offenderla. Zoff e la moglie se ne vanno, domani hanno la partita di Baseball del figlio e devono recuperare le forze. Mi trattengo ancora un po’ con Bob e Lola schivando rinnovate proposte di pernottamento e scansando ulteriori manifestazioni di preoccupazione per quel che potrebbe accadermi di notte, da sola, per le strade. In realtà non riparto subito per casa, mi congedo dai due ringraziandoli per la serata – perché mi sono divertita, fottuto formaggio a parte – e riprendo il mio Titanic bronzo metallizzato fino ad un motel spartano e pulito a 30 dollari per notte accanto all’entrata dell'ottanta. Riparto la mattina successiva avendo ancora un alterco con il NeverLost che non accenna a trovare satelliti nemmeno sotto minaccia di accoppiamento con il mio accendino Bic. C’è il sole, la neve si scioglie. Non pensavo che la Pennsylvania fosse così bella, i sobborghi di NY fanno un po’ ribrezzo e difficilmente mi azzardo ad oltrepassare la linea “Qui bello, qui cacca”. Invece ora vedo piccoli laghetti che toccano le colline e scorci che si aprono a cerchio dove un pallido sole mattutino si riflette abbagliando la vista. E guido. E fumo facendo violenza al posacenere che non potrebbe essere utilizzato ma che laverò accuratamente prima di restituire la vettura. E per l’imbarazzante cifra che dovrò pagare per questa auto pretenderò anche mi ringrazino in ginocchio per non averci tenuto festini, fatto la danza della pioggia sui sedili posteriori e per non averci fumato il narghilè con toro seduto in persona dopo essermi scaccolata a dovere sul volante. Ripenso a tutto, lo metto nel mio cervello e riordino. Steven mi manda un sms chiedendomi dove io sia. Gli risponderò quando sarò a casa, gli chiederò se ha voglia di un po’ di pollo fritto per cena mentre lo ascolto parlarmi di suo padre. Guido, piano, cercando attività alternative per la mia mano destra che non ha cambi da gestire. E allora ciuccio. La coca cola con troppo ghiaccio appena comprata in un market indiano per strada. X.
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SirJosephM
said:
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| Che stupidata di un commento e' mai questo ad un articolo simile che a me pare un saggio di sociologia, scritto bene e senza puzza sotto al naso ? Mi pare che ultimamente in questo sito ci siano troppi soloni che anziche ' fare piacevole e a volte utile ironia non facciano altro che del becero qualunquismo. | |
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MINT of Xant
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Carnaruga
said:
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L'avevo sentito narrare dalla tua viva voce e leggerlo è stato come risentire le tue parole e rivedere il tuo sorriso ironico attraverso il fumo dell'immancabile sigaretta. Solo col piacere di assaporare e gustare una per una le parole che fai scivolare con apparente noncuranza ma che vanno dritte a colpire il neurone giusto (nel mio caso sempre lo stesso). Ti vedo seduta a NON socializzare, immagino il tono di voce con cui poni la domanda alla deliziosa (!) Lolita, ho visto Robin Hood (ma senza barba), i due negri minacciosi all'ingresso e poi Zoff, Lola e tutti gli altri. Me li hai fatti vedere tu. Grazie Xandra. Scrivi divinamente. |
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RubberDaisy
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Pedru
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SirJosephM
said:
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OK ,faccio ammenda, sono stato troppo impulsivo, mi fa comunque piacere che il pezzo sia stato apprezatto da molti. In effetti poi , il richiamo " al giornalista di razza" ci sta tutto. Riverentemente saluto tutta questa allegra combriccola...che dimostra di avere pure assai sale in zucca oltre al DNA ludico . |
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elisian
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Sileno
said:
A parte la capacità impregnata di ironia che ho sempre avuto modo di apprezzare nel tuo modo di raccontare, un episodio mi è rimasto impresso di te X, quando, pur non conoscendo personalmente nessuno di noi, sei venuta a Perugia una sera da sola e in piena notte te ne sei tornata a Roma. In fondo sei venuta a una riunione sm....che poi si sia rivelata ridanciana e leggera è vero ma tu mica lo sapevi?. Magari penserai embè? No, non è come pensi tu che tutte lo farebbero...e leggerti così disibita nel cercare BDSM in una città che avrebbe anche potuto esserti ostile....odio la piaggerìa ma amo dire le cose quando le sento |
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jaleena_bdsm
said:
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Un commento a caldisssssimo prima che l'emozione s'affievolisca:davvero suscita ammirazione la Tua capacità di coinvolgere il lettore,Xandra...(MEGAPPLAUSONE entusiastico virtuale!!!!=D) Ma a me non è piaciuto affatto leggere questo spaccato di vita americana..In un paio di occasioni mi ha assalita una sensazione di vero disagio,una vergogna mista a pena per certe persone e situazioni che hai descritto... Non so,mi pareva che anche nel tono del Tuo resoconto vi fosse una sorta di giudizio sospeso-o forse è così che ho voluto interpretare le Tue parole.. Che tristezza,gente...Io nella riunione del T.E.S. ho visto persone trascurate,abbastanza egocentriche e incapaci di ascoltare chi sta loro intorno..Squallido,ecco.. ..Personalmente se fossi una neofita (quale sono) e dovessi basare la mia decisione di procedere in un ambiente nuovo su una riunione come quella che Tu hai descritto, girerei sui tacchi,tornerei a casa e lascerei per sempre la Frusta ad appannaggio esclusivo dei domatori di leoni.. O forse dipingo un quadro troppo cinico e nagativo perchè oggi son presa particolarmente male.. ![]() Comunque complimenti ancora!!! |
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mayadesnuda
said:
| Molto Molto gustoso davvero uan sorta di sceneggiatura di canovaccio da commedia dell'arte con tanto di maschere tipiche... la coppia borghese annoiata , il mestierante dell'sm la svampita.. la lolita invecchiata taglia extra large....e ironia a fiumi .. :-))) Simpatica gente circola in quel di NY! | |
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Barbermaster
said:
Karlasadica
said:
LadyPatrizia
said:
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Molto bello questo reportage sulla New York, Xandra, complimenti.Non l'ho letto tutto, chiaramente, perchè ora non ne avevo tempo( appena posso lo finisco).Volevo chiederti ( e scusa se posso sbagliare non avendo appunto letto x intero il pezzo): la signorina Wolf di cui tu parli è per caso "L'infermiera Wolf" del celebre, bellissimo libro? Ciao, baci Ladypatrizia |
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Mi piazzano in mano una rivista patinata e stampata in bianco e nero che si chiama Prometheus, è il mensile dell’associazione al quale contribuiscono tutti i membri di TES con testi, fotografie, annunci. L’associazione non ha fini di lucro, ma sulla rivista campeggiano diverse pubblicità commerciali del settore: così facendo si ripagano dei costi di stampa e gestione.
Ed ancora la risposta non arriva.
Ma Bob non perdona.


