| Metafisica del sadismo |
| Scritto da Taint | ||||||
| Sabato 04 Ottobre 2008 23:53 | ||||||
Pagina 1 di 4 Nel bdsm, il dolore è al limite catarsi, nel sadismo il dolore diventa specchio di una feroce ammirazione.
Non sono gli spiriti nobili a creare il capolavoro, a cesellare il Genio, a marmorizzare per la nietzschana gioia dell’eternità i frammenti dell’arte e del piacere sessuale; al contrario, grettezza, ristrettezza ossessiva delle possibilità e delle prospettive, tedio, noia, incrostazione delle poche certezze morali, paradigmi rovesciati, e fragilità spesso tradotta in comportamenti patologici costituiscon Il serial killer Clayton Lawson, citato nel libro “Mindhunter” di John Douglas, riferendosi ad una delle sue vittime afferma in modo risoluto “il sesso non faceva parte della faccenda, volevo solo distruggerla”. E Peter Kurten, il Mostro di Dusseldorf, killer divenuto paradigma del sadismo (tanto che lo psichiatra Karl Berg gli dedicherà il fondamentale “The Sadist”, libro che sconvolse Adolf Hitler, e Fritz Lang a lui si ispirerà per il film capolavoro M-Il Mostro di Dusseldorf con uno straordinario Peter Lorre), prima di salire gli scalini del patibolo dove sarà ghigliottinato trova il tempo di chiedere al boia “mi dica, c’è la possibilità che io senta per un solo secondo lo schizzo del sangue sprizzato dalla mia testa tagliata? Sarebbe davvero il degno piacere conclusivo di tutti i miei piaceri”. La spersonalizzazione sessuale, lo sdilinquimento del dato umano e personale, la mimesi totalizzante tra vita, gioco sadico e sadismo è il punto nodale per il Sadico; non vi sarebbe necessità alcuna di scegliere il male, preferibile forse, in una prospettiva umanistica, sarebbe porsi aldilà di queste categorie morali, vivere e creare secondo paradigmi propri, ed invece il Sadico sceglie consapevolmente di rovesciare i pilastri su cui è edificata la società civile, non vuole sciogliere il pactum societatis, ma solo insozzarlo e infangarlo per mostrare ai d Nelle esistenze dei Sadici non vi sono chiaroscuri. Unica cosa che è dato trovare, un borborigma caotico, sordo e ringhiante, colto nel momento in cui schiude le fauci grondanti di bava. Il loro è un mondo devastato, allucinato, psicotico, in cui il sesso si accompagna inscindibilmente alla violenza, in cui le emozioni servono solo per dare maggiore godimento ai carnefici, in cui la politica diventa estetica ed in cui ogni relazione è destinata ad essere tradita. Si pensi a Sade, alla sua vita e alla sua opera. Quando Klossowski, in “Sade Prossimo Mio”, paragona la voce sadiana a quella del santo anacoreta Benoit Labre, divenuto famoso perché si cibava dei suoi stessi pidocchi, è assolutamente nel giusto; entrambi sono accecati dall’oggetto del desiderio, da un orizzonte immoto ed immenso che si perde oltre l’immaginazione stessa, esattamente come gli Stiliti o come San Francesco o come San Giacomo. Ripercorrere le vite dei Santi può davvero metterci in guardia su come alcuni meccanismi mentali operino, specialmente alcune dinamiche sottese al BDSM; si veda il bel libro di Renato Pierri, “Sesso Diavolo e Santità”, in cui l’intenso misticismo dei Santi cristiani è considerato e analiticamente vagliato alla luce delle urgenze sessuali e di ciò che Platone avrebbe definito “mania” (specialmente in alcuni passi dedicati alla Follia come via di accesso al sacro, contenuti nel “Fedro”). Sade non narra, non scrive, ma ulula, guaisce come un cane battuto, la sua furia si completa nell’insensata conclusione de “Le 120 Giornate di Sodoma”, un testo che ha un suo incipit logico, delle iniziali descrizioni letterarie, un abbozzo di trama e che poi invece decade e scade nella brutalità accelerata, una velocità assurda ed immane che trascende ogni possibilità di comprensione. E che è la stessa velocità, la stessa frenesia, di Kurten, di Ian Brady e di altre decine di killer sessuali.
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